La lingua (non) salvata

Come la lingua sta cambiando nel mondo di oggi

È la lingua a creare i contenuti, o sono i contenuti a plasmare la lingua? Viene prima la lingua o la persona? L’uovo o la gallina? Su questi interrogativi si sono consumate discussioni negli ambiti più svariati, dalla filosofia alla sociolinguistica, per arrivare a una conclusione più o meno accettata universalmente: lingua, pensiero e persona interagiscono e si influenzano vicendevolmente. Questo è dimostrato dal fatto che esistono molteplici lingue, che una stessa lingua è a sua volta mutevole e non fissa e che può svilupparsi in ulteriori diramazioni, come lo slang, il linguaggio settoriale o di uno specifico gruppo, e così via. L’atto stesso del parlare una lingua la modifica, perché influenzata dagli usi e costumi di un dato momento e da molteplici contaminazioni socioculturali; ecco perché le lingue vive sono dette tali, perché vivono, respirano, cambiano, evolvono, regrediscono e perché no, talvolta muoiono; mentre le lingue morte (come latino e greco antico), sono appunto morte perché non più parlate e, di conseguenza, immutate. È un po’ come il principio d’indeterminazione di Heisenberg, ma applicato alla linguistica: non appena una lingua viene parlata, muta, così come una particella si sposta non appena viene osservata.

Le persone, perciò, influenzano (e creano) la lingua nel momento in cui la usano; allo stesso modo, la lingua plasma i pensieri della persona, perché senza di essa i pensieri stessi non potrebbero essere formulati. Un po’ come tentare di costruire un muro senza mattoni. Siamo così abituati alla presenza della lingua nella nostra realtà quotidiana – sia nell’ambiente che ci circonda, sia nell’intimità della nostra mente – che ci viene difficile immaginare di vivere senza; eppure, senza di essa non avremmo la base della nostra sopravvivenza in quanto esseri umani, ossia la comunicazione, che ci permette di vivere in società complesse. E senza di essa non avremmo accesso a superiori livelli di informazione e conoscenza: quante volte, nel passato, l’apprendimento della lingua è stato sinonimo di potere? La capacità di leggere e scrivere era tutt’altro che scontata; le masse erano perlopiù analfabete e di conseguenza ignoranti, facili da controllare. Vi ricordate di Azzeccagarbugli?

La conquista di un’istruzione base universale che garantisse l’apprendimento di lettura e scrittura è stata una grande vittoria della storia dell’ultimo secolo. Eppure, nonostante la sua inestimabile importanza, la lingua viene oggi più che mai data per scontata. Una “scontatezza” che si nota su più fronti: nella perdita di prestigio delle materie umanistiche nei percorsi scolastici, nell’abbassamento di valore (già di per sé storicamente basso) delle professioni legate alla comunicazione, nella devoluzione della lingua da strumento per lo sviluppo critico del pensiero ad appendice di un linguaggio online che premia l’immediatezza e penalizza la complessità. E questa tendenza, in atto ormai da più di un decennio, sta raggiungendo il suo apice nella società odierna, sempre più informata e disinformata allo stesso tempo.

E che c’entra la lingua con l’informazione? C’entra tutto. La lingua è lo strumento tramite cui l’informazione (e l’opinione che ne deriva) si palesa. O almeno, così un tempo era. Lo sapevano bene i dittatori del Novecento: il controllo del pensiero, della cultura, della coscienza di massa passa dal controllo della comunicazione, delle parole che si possono usare. Le liste di libri proibiti, di vocaboli bannati, di arte vietata perché “anti-qualcosa”: tutto questo è figlio degli autoritarismi. Lo scrisse George Orwell in 1984, il concetto lo riprese Christina Dalcher in Vox: senza lingua, siamo creature a metà, più facilmente controllabili.

Non è un caso che proprio adesso, in un mondo dominato dall’apparenza e dalla velocità, ancor più ora che l’IA minaccia di assorbire l’intero comparto artistico-culturale, la lingua se la sta passando male. È iniziata con Facebook ed è peggiorata con Twitter (ora X), che con i suoi 120 caratteri poneva un limite alla qualità del pensiero che si poteva esprimere; ha raggiunto il suo capolinea con Instagram, il social delle immagini per eccellenza, dove il testo compare tutt’al più sotto forma di hashtag o di sottotitoli di un reel. Non che ci sia nulla di male nelle immagini, ma esse sono emotive, basate più sull’estetica che sul contenuto, e prendendo il sopravvento hanno soppiantato le espressioni più articolate. L’identità online oggi non può sopravvivere se non è accattivante, veloce, effimera, e questi requisiti hanno plasmato la lingua, impoverendola sempre di più. Dalla dittatura della SEO ai criteri per rendere un testo “leggibile” (frasi brevi, paragrafi distanziati, no alle lunghezze eccessive) siamo arrivati a un punto in cui la soglia di attenzione di fronte a un testo scritto è sempre più bassa, perché la nostra concentrazione si è “disabituata” a concentrarsi. L’uso della lingua è come un muscolo: se non si allena, prima o poi si atrofizza. Dopo anni di contenuti prevalentemente corti, facili, semplificati per non perdere l’aggancio dell’utente, il nostro cervello ha perso la sua muscolatura. E di fronte a questi livelli di disattenzione (in gergo: analfabetismo funzionale[1]), è facile pilotare l’opinione pubblica con propaganda superficiale. Una foto, un video, un titolo acchiappalike (rigorosamente con le iniziali maiuscole): non importa se la foto o il video sono falsi o artificialmente creati, poco importa se la fonte che posta la notizia è un account sconosciuto e senza alcuna credibilità. Gli incendi impiegano poco a scoppiare e a dilagare se la terra è arida e la vegetazione completamente secca.L’unico modo per “salvare” la lingua – e per “salvare” non intendo fermarne i naturali mutamenti, quanto piuttosto preservare la nostra capacità di saperla usare – è continuare a sfidare noi stessi: anziché delegarne l’utilizzo dobbiamo uscire dai soliti schemi comunicativi, cercare ritmi di lettura più lenti ed impegnati, prenderci più tempo per pensare e analizzare, interrompere il loop dello scrolling infinito. Ragionare oltre keyword e hashtag. E tornare a giudicare un testo non per la sua leggibilità secondo i dettami di internet, non per la sua interattività o per il suo numero di like, quanto per il suo contenuto e l’informazione che è in grado di comunicarci … e per il contributo che può dare alla nostra comprensione del mondo.


[1] Per “analfabetismo funzionale” si intende l’incapacità di comprendere appieno il contenuto di un testo. Per quanto le stime siano diverse, più o meno l’analfabetismo funzionale in Italia si aggira attorno al 30% della popolazione adulta (2024).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *