Le parole che contano

La lingua delle informazioni e il bombardamento cognitivo

In un film di James Bond, Il domani non muore mai, il cattivo di turno, interpretato da Jonathan Pryce, magnate dei mezzi di informazione che, come al solito succede nei film di 007, vuole distruggere il mondo e mettersi in prima fila nella telecronaca della fine, nello scegliere una parola per un titolo di giornale, modifica il verbo murdered (“uccisi”) con slaughtered (“massacrati”). Una sfumatura decisamente più forte, che ci fa balenare in mente sangue ovunque, arti staccati, corpi devastati.

Il film è degli anni Novanta ma ha dipinto perfettamente il potere mediatico della parola, soprattutto quando può raggiungere migliaia, milioni di persone in un secondo. Le parole contano davvero, e non è solo uno slogan. È sempre stato così, ma con l’affermazione dei mezzi di informazione di massa, la potenza del linguaggio è diventata esponenziale.

Di come la lingua stia mutando e, in un certo modo, impoverendo, avevo già parlato qui. Ma “impoverimento” non significa che la lingua abbia meno impatto su ciò che comunica e il modo in cui lo comunica: al contrario, significa che vengono utilizzate meno parole, e pertanto queste parole vengono selezionate con sempre più attenzione. Lo sappiamo, perché siamo quotidianamente circondati da esempi: dai titoli su giornali e siti internet “acchiappa-like” – e per attirare l’attenzione le parole devono davvero essere scelte scientificamente – alle caption sui social media, anche lì progettate per richiamare, trattenere e “ingaggiare”.

Ma cosa succede quando questo processo si espande e va a intaccare anche il modo in cui vengono comunicate le notizie? Non bisogna andare troppo lontano, né nel tempo né nello spazio, per trovare un esempio perfetto. Pensate a come queste tre parole abbiano un peso totalmente diverso, in crescendo: conflitto, guerra, invasione. La parola “conflitto” è più leggera di “guerra”, che a sua volta è più neutra di “invasione”. Un conflitto è qualcosa di riconducibile a molteplici casistiche: un “conflitto” tra partiti politici, un “conflitto” generazionale, un “conflitto” di idee. L’intensità dello scontro in questione è decisamente depotenziata. “Guerra” è già una parola più brutta, eppure ha una sua certa neutralità: “guerra” pone sullo stesso piano le parti coinvolte, come se un mattino si fossero svegliate e reciprocamente avessero deciso di “farsi la guerra”. O, se associata a “contro/a”, assume quasi una connotazione positiva: “guerra” contro le droghe, “guerra” alla criminalità. Invece, il termine “invasione” è più diretto e sbilanciato: in questo caso, una delle parti deve avere invaso l’altra, spostando la bilancia della responsabilità verso uno dei soggetti e ponendo l’altro nella condizione di invaso, quindi di vittima. Ora, quante volte, in riferimento agli eventi geopolitici attuali, vi è capitato di vedere che un’invasione venisse invece denominata “guerra” o, peggio ancora, “conflitto”? Una semplice parola che pare riscrivere il peso delle responsabilità e delle colpe e, nel corso del tempo, rischia di riplasmare totalmente la realtà.

E sebbene la “guerra cognitiva” (è giusto chiamarla “guerra”? O ha più i connotati di un’invasione, appunto, oppure di un attacco?) non sia cosa nuova, certo è che i nuovi strumenti di intelligenza artificiale, essendo enormi modelli linguistici, hanno reso estremamente facile produrre materiale in tal senso e diffonderlo, affiancandolo a contenuti estremamente convincenti e persuasivi, soprattutto immagini e video. E in mondo sempre più disabituato a leggere ed emotivamente esposto all’impatto visivo, saranno immagini e video a prendere il sopravvento, bombardando gli utenti con così tale frequenza da lasciare ben poco spazio a qualsiasi ragionamento, men che meno un ragionamento critico. Ecco, forse l’espressione giusta sarebbe proprio questa, “bombardamento cognitivo”. E quando un territorio viene continuamente bombardato, prima o poi perde la propria fisionomia e ci si dimentica di come fosse prima. A questo proposito, vi cito un interessante articolo di Fabio Sabatini, che trovate qui, e che riporta la battaglia condotta dai volontari di Wikimedia in Estonia per contrastare certe riscritture manipolate della storia. Un esperimento mandato avanti già mesi fa da Elon Musk, di cui parla qua Mattia Marangon.

Ora sorge la domanda: cosa possiamo fare, noi utenti? Sicuramente ciascuno di noi può scegliere con maggiore attenzione le fonti da cui si informa, soprattutto transitando lontano dai social media (dove il reel di un’influencer non è detto che sia una notizia accertata) a favore di testate giornalistiche riconosciute (anche se pure lì, la sicurezza dell’affidabilità non è mai totale), oppure riconoscendo alcuni segnali d’allarme. La ripetizione di certe parole. La leva emotiva che viene usata. La fonte: come fanno a sapere questo? Chi l’ha detto o visto? E nel caso di un video: chi l’ha girato? Domande che possono sembrare frustanti, perché dubitare sempre è stancante, ma in questa nuova era di disinformazione l’attenzione non è mai abbastanza alta. Soprattutto quando in gioco non è solo una “notizia”, ma il modo in cui percepiamo il mondo e, di conseguenza, il modo in cui percepiamo anche la nostra capacità di intervenirci, in quel mondo.

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