Serena, si chiamava.
Un nome che avrebbe dovuto evocare tranquillità, pace, e invece negli ultimi giorni l’aveva tormentata, rosicandole nel cervello, mangiucchiandole le ore di sonno.
Serena.
Terzo piano.
Ufficio stampa.
Da quando aveva ricevuto quel messaggio da un numero sconosciuto, Norma non era riuscita a distaccarsi da quel pensiero. Chi era il mittente, come aveva ottenuto il suo numero e, soprattutto, come faceva a sapere?
Tuo marito ha una relazione con Serena Landelli, dell’Ufficio stampa. Ogni giorno scende al caffè sotto l’ufficio alle quattro. Ma il venerdì ha l’orario ridotto e invece di rientrare si reca direttamente all’hotel Roma in fondo alla strada.
Tutte queste informazioni… così precise. Orari, indirizzi. Come poteva, il mandante misterioso, essere a conoscenza di tutti questi fatti? E perché comunicarli a lei? Qualcuno che ce l’aveva con Serena? Con suo marito?
Forse era tutto falso. Pettegolezzi. Una vendetta. Ma ormai il tarlo era penetrato in profondità: nelle notti di tormentata veglia Norma si era girata e rigirata nel letto, il corpo di Carlo sprofondato ignaro nel sonno accanto a lei. Venerdì pomeriggio. Prima di tornare a casa. Era possibile? Fissando il buio della camera da letto Norma scandagliava le ore e i minuti, gli sguardi e i gesti, alla ricerca di un’avvisaglia, di una traccia, di un segnale d’allarme. I vestiti erano stropicciati? Tornava a casa più tardi del solito? C’erano movimenti anomali sulla carta di credito? No, no e no, la risposta era sempre no, ma come poteva esserne sicura? Forse lei era stata completamente cieca. Forse lui era stato bravissimo a fingere. Si fidava del tutto di quella figura che, al suo fianco, russava leggermente?
Certo che mi fido. È mio marito, si ripeteva per costringersi a dormire.
No che non ti fidi, rispondeva un’altra infida voce annidata nell’orecchio.
Serena. Cosa aveva mai questa Serena? Era più giovane? Più bella? Doveva essere così. Era sempre così. La cara, vecchia storia che si ripete. Quasi rassicurante nella sua banalità. Una legge di natura.
Per questo aveva deciso di piazzarsi fuori dal bar sotto gli uffici, quel giovedì pomeriggio di febbraio. Era lì dalle tre, appoggiata contro un muro dall’altro lato della strada, il freddo che le penetrava nelle ossa attraverso il cappotto. Ogni tanto muoveva qualche passo, per scaldarsi i piedi.
La vide uscire dal portone alle quattro meno cinque. Era sicuramente lei. Avrà avuto trent’anni: snella, carina, i capelli biondi raccolti in una coda. A passo veloce percorse i pochi metri che la separavano dal bar ed entrò, salutando con un cenno del capo il barista.
Norma esitò. Sarebbe bastato entrare, prendere un caffè al banco proprio di fianco a lei, attaccare bottone, fingere sorpresa – ah, ma lei allora lavora con mio marito! Carlo Faletti, lo conosce? Glielo avrebbe letto negli occhi, il lampo di consapevolezza, ne era sicura. E poi?
Norma rimase sul bordo del marciapiede, a fissare la vetrina del bar. Poteva entrare e togliersi il dubbio. O andarsene e lasciare che il dubbio macerasse lì, nel limbo del non sapere, dove le cose non sono reali se non vengono pronunciate ad alta voce. Finché non ne avesse avuto conferma, tutto quanto – il messaggio, i sospetti – avrebbe potuto restare un semplice malinteso.
Un caffè.
Due chiacchiere casuali.
Il nome di Carlo lasciato cadere nella conversazione.
Lo voleva davvero sapere?Non è vero finché non lo diventa. Norma voltò lo spalle al bar e se ne andò, affrettando il passo per riscaldarsi e allontanarsi il prima possibile da quel momento in cui il dubbio sarebbe diventato certezza.
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