La cena

Ne parliamo stasera a cena, ok? Offro io.

Stasera a cena. Elena trattenne un urlo di rabbia mentre si aggrappava ai bordi del lavandino del bagno. Stasera a cena. Vaffanculo! Come se non avesse saputo che cosa significasse quel stasera a cena. Eh no, eh! No! Dopo tutto il lavoro svolto, gli straordinari di notte, i contratti che lei aveva scritto e i clienti che lei si era procurata, adesso, la invitava a cena? E poi cosa? Il dopocena? Per chi l’aveva presa, per quella stupida di Raffaella, che a malapena sapeva inserire gli appuntamenti in calendario ed era pronta a flirtare con chiunque pur di avere una promozione, o anche per essere semplicemente dispensata da qualche incombenza?

Elena aprì l’acqua fredda del rubinetto e vi gettò sotto le mani. Dio, come puzzava quel bagno, puzzava di sapone, di detergente economico, di cubicoli mal aerati. Sentiva che in quel momento anche lei puzzava, era in preda a un attacco nervoso e avvertiva il sudore freddo raccogliersi sotto le ascelle. Pensava di averlo superato, il momento critico. Pensava di averla scampata. Pensava che avendo dimostrato di essere una brava lavoratrice – e lo era – avrebbe evitato di passare per il letto del capo. Si morse un labbro. Aveva peccato di ingenuità. Evidentemente lavorare il doppio degli altri non era bastato. I pantaloni neri e i maglioni sciatti non erano bastati.

Calma, Elena, calma, si disse, mentre respirava a fondo e vagliava nella sua testa tutte le alternative. Alternativa numero uno: rispondere che aveva già un impegno. Poteva funzionare per quella sera e farle guadagnare tempo, ma poi? Non poteva usare quella scusa per sempre.

Alternativa numero due: rispondere che non poteva dare buca al suo fidanzato. No, questa era pessima. Innanzitutto, tutti sapevano che il fidanzato non ce l’aveva. In secondo luogo, si presentavano gli stessi problemi dell’alternativa uno: poteva funzionare una volta sola, e il problema sarebbe rimasto.

Alternativa numero tre: rispondere semplicemente di no. Era una donna di trent’anni, santo cielo. Poteva gestirla. No che non puoi gestirla, sussurrò una vocina maligna nella sua testa, lo sai perfettamente che non si tratta di saper gestire. No, infatti. La questione era un’altra. Ripensò al contratto a cui aveva faticosamente lavorato per tre settimane e al fatto che bastava poco, pochissimo, perché lui se ne prendesse il merito e lei finisse nelle retrovie, dimenticata da tutti, a ricominciare da capo con un altro contratto. No. La gloria doveva essere sua.

Alternativa numero quattro. Elena si guardò a lungo allo specchio, riflettendo. Chiuse l’acqua del rubinetto e si tamponò il collo con le mani bagnate.  Alternativa numero quattro… fare in modo che fosse lui ad annullare la cena. Già. Ma come? No. Non aveva senso. Stessi problemi di prima. Il punto era che, in qualunque modo la mettesse, lei era in una posizione di svantaggio. Lui era il capo e lei l’assistente. Sapeva di non poter essere licenziata senza un valido motivo, ma sapeva anche che i validi motivi si potevano facilmente fabbricare, soprattutto in quell’ufficio dove regnava l’anarchia più assoluta, dove i documenti andavano perduti, si gonfiavano le fatture e ci si muoveva al limite della legalità. No. Non poteva sopportare l’idea di essere licenziata per un motivo inesistente, né l’idea di passare i mesi successivi a pagare il fio per aver rifiutato di venire a cena. C’erano innumerevoli modi per renderle la vita impossibile e lei non aveva la forza per affrontarli tutti. Non dopo tutta la fatica che aveva fatto.

Vattene, intervenne di nuovo la vocina, una presenza invisibile al di là dello specchio in cui si stava fissando, dai le dimissioni e vattene.

«E dove lo trovo un altro lavoro?» domandò Elena alla propria immagine. Solo dopo aver pronunciato quelle parole si accorse di aver parlato a voce alta. Per sicurezza lanciò uno sguardo alle proprie spalle, ma non c’era nessuno nel bagno, aveva controllato.

Solo una volta, suggerì allora la vocina, una volta sola. Ci vai a letto e via, poi passerà alla prossima stagista.

«No!» esclamò Elena con rabbia. No. Non era giusto, era una questione di principio. Perché doveva per forza scegliere? Perché non la lasciava semplicemente in pace a fare il suo lavoro?

Io sono la migliore, pensò. La migliore.

Non seppe da dove le era nata l’idea. Prima c’erano solo rabbia e pensieri confusi, e un attimo dopo eccola, era lì, perfettamente formata, come se avesse avuto una genesi attenta e lenta. Non ebbe neanche bisogno di rifletterci, né di ponderare le eventuali conseguenze. Non si pose il quesito se fosse giusto o sbagliato.

La sua mente era straordinariamente sgombra mentre scendeva le scale che portavano al garage. Aveva deciso di usare le scale perché tutti prendevano l’ascensore e le probabilità di incontrare qualcuno erano pari a zero. Mentre spingeva il maniglione della porta estrasse l’I-Phone dalla tasca dei jeans e aprì il baule della propria auto. Com’era utile, in quei casi, non aver bisogno delle chiavi della macchina.

Quando aveva traslocato, tre anni prima, aveva comprato all’Ikea uno di quei cofanetti con dentro cacciaviti, pinze e forbici. Poi l’aveva prestato a un amico e, quando le era stato restituito, lo aveva lasciato in macchina, abbandonato in un angolo del baule. Nella sua coscienza intorpidita lo lesse come un segno. Quante persone hanno pinze e forbici nel bagagliaio? Aprì il cofanetto e afferrò un tronchese dall’impugnatura arancione. Prese anche un vecchio asciugamano, superstite a sua volta del trasloco, che aveva usato per coprire i sedili. Richiuse il baule e si controllò attorno. Nessuno. Si diresse verso la sua auto, un SUV nuovo e lucido con un pacchiano paraurti cromato e i cerchi in lega personalizzati. In quel momento ringraziò che il suo capo fosse uno di quelli convinti che il SUV fosse il nuovo modo di sfoggiare ricchezza.

Faticò un po’ a infilarsi sotto l’auto, e ancor di più a trovare il cavo dei freni. Era terribilmente buio, lì sotto. Ma lei era figlia di un meccanico e per anni aveva assistito il padre in officina e in quel momento avvertiva un senso di vuoto, come se stesse galleggiando nell’aria, e si stesse dirigendo in una direzione precisa portata dal vento, senza che lei ne avesse alcun controllo. Indossò l’asciugamano come un bavaglino per evitare di sporcarsi di olio. Il cemento del parcheggio non lasciò tracce sui suoi vestiti scuri, se non qualche striscia di polvere che cacciò via con qualche manata.

Si ripulì le mani nel bagno prima di tornare alla scrivania. Lui le sorrise e lei scoprì che era facilissimo sorridere a sua volta.

«Ti passo a prendere alle otto?» le chiese, chiaramente incapace di pensare che lei potesse dire di no.

«Preferirei venire con la mia macchina, se per lei va bene», rispose Elena, il sorriso pietrificato sulle sue labbra.

«Ma poi potrebbe essere scomodo, avere due auto», insistette lui.

Ma poi.

«Non c’è problema, davvero. Preferisco venire con la mia.» Elena sorrise ancora e si dileguò prima che lui potesse replicare. Le sembrarono pochi minuti, e invece era già sera e si trovava a casa. Come ci era arrivata? Aveva guidato senza pensarci, aveva parcheggiato, era entrata in casa e aveva posato le chiavi della macchina sul tavolino. Si stava fissando allo specchio appeso all’ingresso. Che cosa doveva fare? Andare al ristorante comunque?

Ma certo, risuonò la vocina, tu non sai nulla. Ci devi andare comunque.

Giusto, lei non sapeva nulla. Nulla. Quel momento, il momento in cui aveva reciso il cavo dell’olio dei freni, era come una macchia confusa nella sua memoria, talmente confusa che non era nemmeno sicura che appartenesse a lei. Poteva anche solo essere stato un pensiero, sì, un’idea, che poi in realtà non aveva attuato. Non aveva fatto nulla. No. Lei non c’entrava niente.

Si vestì con un paio di pantaloni neri e una camicetta bianca. Per ogni evenienza, non voleva dare l’impressione che lei si aspettasse – o temesse – qualsiasi cosa di più di una cena di lavoro. Arrivò al ristorante alle otto e attese in auto, tenendo d’occhio l’ingresso. Le otto e dieci. Le otto e un quarto. Le otto e mezza. Lei non sapeva nulla. Che cosa avrebbe fatto una persona che non sapeva nulla? Avrebbe telefonato per sapere se era in ritardo, giusto?

Prese il telefono, digitò il codice per sbloccarlo. Esitò sul suo nome in rubrica. E se lui avesse risposto? Se fosse stato in viaggio, se fosse stato in arrivo?

Non essere sciocca, Elena. Non arriverà.

Premette il tasto chiama. Il telefono squillò una, due, tre, quattro, cinque volte. Cinque squilli le parevano più che sufficienti per dare l’impressione di essersi informata sui suoi spostamenti. Riattaccò, un sospiro di sollievo che le riempiva i polmoni. Attese ancora un po’. Alle nove meno un quarto accese il motore e tornò a casa.

Dormì profondamente, tanto che il mattino dopo ebbe dei dubbi sulla liceità della propria coscienza.

Tu non hai fatto nulla, le ricordò la vocina, ma funzionava davvero così? Se lo ripeteva abbastanza volte, diventava vero? Se si convinceva di non aver fatto nulla, era davvero come se non avesse fatto nulla? Disconoscere la convinzione era abbastanza per separare sé stessa dall’azione?

Arrivò in ufficio, si sedette alla propria scrivania. Lui non c’era. E se fosse morto? Elena scacciò l’idea con la stessa facilità con cui avrebbe scacciato una mosca. Lei non c’entrava nulla. Non aveva fatto nulla. Ne era così convinta da non provare più nemmeno nervosismo. Giunsero gli altri, ma lui continuava a non esserci. Qualcuno le chiese se aveva notizie del capo e lei scosse la testa, camuffando l’incertezza dell’attesa per confusione. Alla fine, il telefono squillò verso le undici.

«Elena», la chiamò con voce rauca e nasale, «sono io. Sono in ospedale. Ho avuto un incidente, ieri sera».

«Un incidente?» domandò Elena con un volume più alto del normale. Raffaella, due scrivanie più in là, alzò lo sguardo nella sua direzione. «Che tipo di incidente?»

«Un problema ai freni. Sono andato a sbattere contro un semaforo.»

«Oddio!» esclamò Elena, e come era successo il giorno prima con il sorriso, scoprì che le veniva facile, fingere stupore misto a preoccupazione. «Spero non si sia fatto male!»

«Ho una gamba rotta e l’airbag mi ha ridotto male uno zigomo, ma per il resto sto bene», rispose lui intervallando la frase con dei respiri stanchi. «Ascolta, Elena. Questa non ci voleva. Tra due giorni abbiamo il contratto degli svizzeri. Dovrai farlo tu. Ok?»

«Certamente.» Elena ingoiò l’euforia.

«E anche mandare avanti le pratiche mentre non ci sono.»

«Certamente.»

«Grazie al cielo ci sei tu», sospirò lui. «Non so che farei, senza di te».

«Non c’è problema. Mi occupo di tutto io.»

«Appena mi rimetto poi ti porto a cena», aggiunse lui, la voce un po’ intermittente attraverso la linea. «Per ringraziarti e per recuperare ieri sera che…»

«Scusi, non la sento più bene», lo interruppe Elena, «la richiamo io se ci sono problemi, ok?»

Riagganciò prima che lui potesse rispondere.

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